Insetti e Storia

Come ci si difendeva dalle zanzare prima degli insetticidi moderni?

C’è stato un tempo in cui non esistevano insetticidi spray, piastrine o elettroemanatori per difendersi dalle zanzare. Per millenni, gli esseri umani hanno cercato di proteggersi dagli insetti pur non sapendo esattamente come si sviluppassero o quale fosse il loro ruolo nella trasmissione di certe malattie.

Alcuni rimedi erano ingegnosi, altri legati a credenze o superstizioni ormai superate, ma tutti sono parte di una medesima storia: lo sforzo dell’umanità per migliorare le proprie condizioni e l’ambiente in cui vive.

Reti, letti e vento: l’ingegno degli antichi Egizi

Una delle prime e più affascinanti testimonianze ci arriva da Erodoto (484 a.C. – 425 a.C. ca.). Nelle Storie, racconta che, nelle zone paludose dell’antico Egitto, le reti, usate di giorno per pescare, divenivano “zanzariere ante-litteram” la notte. Gli egizi erano soliti disporle intorno al letto e vi si infilavano dentro per dormire protetti.

Nel medesimo passo, lo storico greco ricorda anche l’abitudine di riposare in cima a torri, in quanto il vento, ad altezze elevate, renderebbe più difficile il volo degli insetti.

Siamo ancora lontani dall’entomologia e dalla scienza moderna, ma era già chiara l’importanza di creare una barriera tra noi e gli insetti. In fondo, molte soluzioni successive partiranno proprio da qui: difendere lo spazio del riposo.

Oli, fumi e piante come repellenti

Un’altra delle strategie adottate sin dall’antichità è stata quella di modificare l’aria intorno a sé. Molti popoli avevano intuito che fumo, odori intensi o sostanze aromatiche potevano rendere un ambiente meno favorevole alle punture.

Studi etnobotanici sull’uso delle piante repellenti in diverse regioni africane, per esempio, distinguono tra tre modalità ricorrenti: bruciare piante per produrre fumo, appendere o spargere foglie negli ambienti domestici, oppure applicare oli, succhi ed estratti vegetali sulle parti scoperte del corpo. Tra le piante più citate compaiono specie aromatiche come Citrus, Eucalyptus, Lantana, Ocimum e Lippia.

Naturalmente, l’efficacia di questi rimedi era molto variabile. Non bastava appendere una pianta qualsiasi o bruciare qualche foglia per ottenere una protezione sicura. Studi di laboratorio su piante usate tradizionalmente in Etiopia, per esempio, hanno mostrato che i composti volatili rilasciati dal fumo di alcune specie possono avere proprietà repellenti significative, mentre altri risultano decisamente meno efficaci.

Queste pratiche coniugano spesso antiche tradizioni e credenze ad osservazione e tentativi empirici. Alcune funzionavano solo in parte, altre probabilmente pochissimo; altre ancora anticipavano, in forma rudimentale e inconsapevole, una logica che ritroviamo anche nei prodotti moderni: agire non solo sull’insetto, ma sull’aria e sui segnali che lo guidano.

Paludi e “mal’aria”: una teoria sbagliata, ma non del tutto inutile

Per molto tempo, febbri e malattie diffuse nelle zone umide furono spiegate attraverso la teoria dei miasmi. L’idea era che le paludi e le acque stagnanti producessero una “cattiva aria” capace di far ammalare chi viveva nelle vicinanze.

Dal punto di vista scientifico moderno, questa spiegazione era sbagliata: non era l’aria in sé a trasmettere la malaria, ma il ciclo biologico che coinvolgeva zanzare e parassiti. Tuttavia, l’osservazione ambientale non era del tutto priva di senso. Le aree paludose erano effettivamente luoghi favorevoli allo sviluppo di diverse specie di zanzare, e quindi anche alla trasmissione di alcune malattie. 

Proprio per questo, alcuni studi storici sottolineano che la teoria della “mal’aria”, pur errata nella causa, descriveva in modo abbastanza efficace l’epidemiologia di molte zone mediterranee.

Non è un caso che anche gli autori antichi abbiano colto qualcosa del legame tra acque malsane, luoghi paludosi e malattia. Il romano Marco Terenzio Varrone (116 a.C. – 27 a.C.), ad esempio, nel I secolo a.C., consigliava prudenza vicino alle paludi, dove secondo lui si generavano minuscole creature invisibili capaci di entrare nel corpo attraverso bocca e naso e provocare gravi malattie. 

Roma, 1717: Lancisi e l’intuizione delle zanzare

Un’altra tappa importante di questo breve excursus è da collocarsi nell’Italia del XVIII secolo. Nel 1717 Giovanni Maria Lancisi (1654 – 1720), figura centrale della medicina romana dell’epoca e già medico di diversi pontefici tra cui Clemente XI, pubblicò il De noxiis paludum effluviis eorumque remediis, un’opera dedicata agli effetti nocivi delle paludi e ai possibili rimedi. Il lavoro di Lancisi, che negli ultimi anni della sua vita aveva cominciato a occuparsi anche di salute pubblica, nasceva dall’esigenza di trovare una soluzione alle febbri che colpivano le zone umide della campagna romana e delle Paludi Pontine.

Pur muovendosi in un orizzonte ancora lontano dalla microbiologia moderna, e ponendosi in continuità con le teorie sugli effluvi palustri, le esalazioni malsane prodotte dalle paludi, Lancisi fu tra i primi a cogliere che la malattia non andava interpretata soltanto come il generico effetto di una “mal’aria”, ma andava compresa anche in relazione agli insetti che popolavano quei luoghi. Arrivò persino a ipotizzare che le emanazioni nocive venissero inoculate negli esseri umani dalle zanzare, convinzione che lo spinse a studiare il sangue al microscopio alla ricerca di "vermi o insetti alati". Per questa ragione propose interventi sull’ambiente, come il risanamento e il drenaggio delle aree paludose.

Anche se il ruolo del parassita della malaria e la sua trasmissione attraverso specifiche zanzare sarebbero stati chiariti solo molto più tardi, con le osservazioni del medico romano l’attenzione cominciava a spostarsi dalla sola cura dei malati e dall’astratta idea di una “cattiva aria” verso lo spazio circostante in cui uomini, acqua stagnante e insetti convivevano.

L’Avana 1901: la prima disinfestazione moderna

La vera svolta arriva però con la scoperta, alle soglie del XX secolo, del ruolo della zanzara Aedes aegypti nella trasmissione della febbre gialla.  L’attenzione si sposta così sulla necessità di ridurre le zanzare nell’ambiente intervenendo sui luoghi in cui si sviluppano. 

Fu così che, nel 1901, si ebbe a L’Avana, sotto la guida del generale statunitense William Crawford Gorgas (1854 – 1920), la prima grande campagna di disinfestazione e sradicamento delle zanzare della storia moderna. Il programma di bonifica fu straordinariamente metodico ed efficace. Non solo i pazienti affetti da febbre gialla venivano isolati e confinati in stanze dotate di fitte reti metalliche simili alle moderne zanzariere, ma si procedette all’eliminazione dei focolai larvali imponendo, tra le altre cose, l'obbligo di coprire ermeticamente o svuotare cisterne, vasi, grondaie e depositi d'acqua dolce. 

Dove l’acqua non poteva essere rimossa, si procedette allo spargimento di petrolio per soffocare le larve. Inoltre molti edifici vennero sigillati e disinfestati bruciando polvere di piretro o zolfo per eliminare gli insetti adulti.

Si assiste così al passaggio da una difesa individuale a una incentrata sull’ambiente e la collettività.

Vecchi rimedi e valide intuizioni

Oggi possediamo conoscenze scientifiche incomparabilmente più solide e strumenti molto più precisi ed efficaci. Tuttavia, oggi come allora una lezione resta valida: per difendersi dalle zanzare non basta pensare all’insetto adulto che ronza vicino all’orecchio, bisogna prima di tutto guardare e controllare lo spazio che abitiamo.